Fabio Lenci, la verità del decano: a Roma il design lo fanno gli architetti, per questo non decolla | Open House Roma

Fabio Lenci, la verità del decano: a Roma il design lo fanno gli architetti, per questo non decolla

Ottantatré anni e settecento progetti alle spalle. "Vi spiego perché qui sono sempre stato un'eccezione"

Di Paolo Casicci

Fotografie di NIcholas Berardo

 

Rude non è mai stato. Schietto sì, di quella schiettezza romana che non chiede permesso, ma controlla sempre che le scarpe siano pulite prima di entrare. Fabio Lenci spalanca il cancello del suo atelier alla Magliana e mette subito in chiaro le cose: "Io ve lo voglio spiegare bene perché il design e Roma non sono mai andati d'accordo, però mi dovete aiutare a trovare le parole giuste per non fare arrabbiare nessuno".

Fabio Lenci nel suo atelier

Proviamoci. A 83 anni, il decano dei progettisti italiani è più attivo che mai. Nel capannone che fu del padre costruttore, sotto a un cielo che mischia gli aerei ai gabbiani ancora in cerca della scia aromatica della discarica di Malagrotta, Lenci coccola il prototipo dell'ultraleggero sportivo che è la sua ultima invenzione e insieme l'ossessione di questa seconda (o terza?) giovinezza iniziata dieci anni fa. "Un designer non riposa mai. Se vede un gabbiano, pensa a come volare. E io, che ho volato tanto in vita mia, vorrei che adesso qualcuno finanziasse questo mio sogno".

 

Il destino ha voluto che nella città percepita come la più distante dal design vivesse e operasse un designer tra i più prolifici d'Italia. Dire Fabio Lenci è come dire la storia del progetto italiano del ventesimo secolo, scandita in settecento prodotti usciti da aziende per lo più del nord, ma concepiti, schizzati ed elaborati tutti tra l'Eur e uno storico studio al Lungotevere de' Mellini.

 

Lenci che disegna la poltrona Hyaline per Comfort Line nel '69. Lenci che fa il botto con Teuco e i primi box doccia in acrilico negli anni Ottanta. "Quando ho iniziato io, a Roma c'era il deserto. Sono un designer riciclato dall'aeronautica che non sapeva neanche che cosa fosse, il design. Nel 1960 mi congedo dopo un incidente: ero abbastanza prestante e per fare lo spiritoso in un percorso di guerra mi fratturo il braccio in tre pezzi. Mi metto a cercare un lavoro e mio padre mi dice che la paghetta me la sarei dovuta guardagnare in cantiere. Inizio a disegnare gli androni dei palazzi di viale Marconi, quando viale Marconi praticamente non esisteva. E' lì che inizio a capire qualcosa sul mio futuro e decido di fare l'arredatore. Lavoro a qualche appartamento degli inquilini di mio padre che mi porta i primi soldi. Allora prendo un negozio all'Eur quando anche l'Eur era un deserto. Compro mobili di marca da rivendere, ma c'è un problema: quei mobili non mi piacciono".

Il battesimo del design, come spesso in questi casi, arriva a Nord. Non a Milano, ma molto più su. "Parto per la Svezia e studio lo stile di quel Paese. Quindi faccio un passaggio in Danimarca e un altro ancora in Finlandia, dove capisco che non esiste il design scandinavo, ma tre linguaggi e tre stili diversi. Insomma, capisco finalmente che cosa è questo benedetto design, torno in Italia e chiedo a mio padre se mi trova uno spazio in cantiere. Prendo dieci dei suoi operai e inizio a costruire i miei mobili".

Arredamenti Lenci nasce nel 1964. "Molte industrie del nord venivano a propormi i loro arredi, che io spesso criticavo. Allora mi rispondevano: sarà mica in grado di fare di meglio? Da quelle sfide sono nati i progetti per Comfort Line e Bernini. E' la stagione dei Magistretti, dei Zanuso, ma anche di Joe Colombo, "che non era laureato. L'ho conosciuto. Ricordo benissimo che con la fame che c'era all'epoca a Roma arrivavo agli appuntamenti in Brianza sempre in anticipo". Una camera da letto di Lenci per Bernini risolleva l'azienda e a quel punto iniziano a chiamare il designer romano anche altri marchi: Molteni, Lema, Cassina, B&B, Bonacina. "Il guaio era che da Bernini erano gelosi e dovevo dire di no. Questi imprenditori brianzoli erano tremendi. Si sedevano al bar il sabato sera e litigavano su chi aveva la fabbrica più grande. Il design italiano è diventato un mito nei bar di Cantù tra uno sfottò e l'altro davanti a una grappa".

 

Se Roma resta l'amore, per Lenci Milano diventa via via l'amante. E le fughe per passione cominciano a moltiplicarsi: "Non volevo lasciare Roma, perché nel frattempo mi ero sposato e avevo fatto due figlie. E poi c'erano i genitori anziani e l'attaccamento alla mia città. A Milano avrei potuto fare un sacco di soldi, tutti mi chiedevano di lavorare per loro. La dritta per la forma del famoso divano Marenco a Mario l'ho suggerita io: eravamo a casa sua un pomeriggio e lui andava avanti e indietro con questi quattro cuscini chiedendo che cosa fare. 'Ce l'hai già pronto in mano, il tuo divano' gli ho detto".

 

Quando i viaggi diventano più frequenti e improvvisi, Lenci ricorre a un aereo molto particolare: "Avevo il brevetto dell'aviazione civile e quindi partivo dall'Urbe per atterrare a Malpensa. Le aziende mi telefonavano per sapere con quale volo arrivassi e io rispondevo "Il mio". Nel frattempo il negozio lo gestiva mia moglie. A Roma il design era inesistente, prima del mio c'era stato giusto un negozio in zona San Pietro. Neanche mio padre sapeva che volesse dire royalty e mi chiedeva: "Ma ti pagano il pizzo?".

Arrivano gli anni del design per Ilform, lampade e carrelli che un bel giorno spingono Guzzini a chiedere a Lenci se per caso non gli andasse di lavorare per il brand marchigiano. "L'offerta è irrinunciabile e accetto, ma continuo a vedere ogni tanto a pranzo quelli di Ilform che si portano via i miei schizzi sul tovagliolo e ne fanno nuovi progetti facendomi arrivare poi le royalties". Per l'azienda marchigiana Lenci disegna poltrone e lampade ottimamente quotate, oggi, nei giri del modernariato. Ma i progetti più famosi sono ancora da venire. Il letto a baldacchino per Poltrona Frau, innanzitutto: "Franco Moschini, che all'epoca guidava l'azienda e voleva diversificare rispetto agli imbottiti, mi chiede di progettare un letto 'per fare l'amore' e mi manda il sociologo Alberoni per sviluppare il progetto, come se io non avessi abbastanza esperienza (sorride). Intuisco che per un debutto come questo non serve un mobile da vendere, ma un prodotto d'immagine, di comunicazione". Il risultato è un letto a baldacchino da 300 milioni di vecchie lire con schienali reclinabili, schermo che scende dal basso, frigorifero e filtro per trasformare il fumo delle sigarette in aria di montagna. "Frau ne fabbrica tre: uno se lo tiene, gli altri due finiscono a Calisto Tanzi e a un dittatore africano".

 

Dopo Frau, a chiamare Lenci è Virgilio Guzzini. Siamo alla vigilia di un successo miliardario. "Dall'azienda di famiglia, con cui era in rotta, Virgilio era finito a Pomezia a studiare l'acrilico, che all'epoca era usato per fare insegne ed elementi di illuminazione. Mi chiede se avessi idee per questo materiale, io prendo tempo e ricordo che a Londra, in acrilico, avevo visto una bacinella. Penso di farci una vasca da bagno e una cabina doccia, ma visto che i costi di produzione restano alti, aggiungo alla cabina e alla vasca una serie di accessori". Nascono così, per Teuco, le cabine e le vasche concepite come luoghi del desiderio che trasportano il bagno nel mondo del benessere. Alle prime fiere, gli ordini schizzano e il fatturato di Teuco cresce di anno in anno con percentuali a due cifre.

Lenci e il design, a quel punto, sono una cosa sola. Eppure Fabio Lenci è rimasto nella sua città quasi una mosca bianca. "Mi chiamano architetto, ma io non sono architetto, e se mi chiami così vuol dire che non hai capito niente del mio mestiere". Eccolo il nocciolo indicibile della questione. Lenci che dice quel che pensa. Lenci che non vuole offendere nessuno e chiede aiuto. Perché Fabio a Roma è rimasto quasi un'eccezione? "Perché le scuole di design sono fatte soprattutto da architetti, ma l'unica cosa che hanno in comune designer e architetti è la matita. L'architetto deve pensare al cliente, il designer guarda oltre, all'essere umano e ai suoi gesti, al mondo che sarà e al mondo come mercato". Obiezione: e il grande design italiano fatto dai grandi architetti? "Tutti maestri che si sono fidati e affidati ai migliori modellisti e artigiani". Chi è dunque il designer, per Fabio Lenci? "Un professionista che non vive il presente ma il futuro, che pensa a prodotti che ancora non esistono, oggetti e mobili visionari ma non troppo: cose che ci ritroveremo in casa tra due, tre anni al massimo. Soprattutto, il designer è un uomo che non vive da solo, che poi è quel che non mi ha mai fatto lasciare Roma, il fatto di vivere in mezzo a tanti bravi collaboratori che poi hanno preso la loro strada, penso a Giovanna Talocci, a Carlo Urbinati. Ma il design oggi è anche progetto e ingegneria, marketing e comunicazione. E il bravo designer qualcuno che sappia creare una squadra per governare tutto questo".

Nel 2008, Lenci chiude il suo studio. "Da allora, il mio lavoro è l'aereo e la mia seconda casa questo capannone. Ho detto ai miei ragazzi: non intravedo una fine alla crisi, andate per la vostra strada. Due ora vivono in Cina, una lavora all'ufficio stile Maserati e un'altra organizza eventi per un'ambasciata straniera. Sono felice di lavorare all'aereo, passo il mio tempo a cercare sponsor e finanziatori. E quando vedo un gabbiano penso ancora a rubargli il segreto per volare".

L'atelier di Fabio Lenci è uno dei luoghi che potrete visitare aderendo a OHR365, il programma di visite gratuite durante l'anno riservate ai sostenitori di Open House Roma. Tutte le info qui.

Quest'articolo è stato realizzato per Open House Roma 2019 / Utilitas in collaborazione con CieloTerraDesign e fa parte di Rooms, progetto editoriale curato da Open City Roma.